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MARIO VENUTI
 
“IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE”
 

 
Scheda album
 
 
 

“Il tramonto dell’Occidente” è un vero e proprio viaggio nella mente e nello spirito dell’uomo moderno. Mario Venuti porta per mano l’ascoltatore per riflettere sulla società di oggi, disastrata da guerre ed economia, ma con nel cuore sempre un filo di speranza dai colori tenui, caldi, proprio come i tramonti più belli. Infatti la filosofia che racchiude il disco è quella di guardare il lato positivo delle cose per cercare elementi propulsivi che possano ribaltare la difficile situazione attuale. Il progetto ideato, scritto e musicato da Mario Venuti con Francesco Bianconi dei Baustelle e l’ormai fraterno collaboratore Kaballà si snoda lungo undici brani che offrono un sound immediato, in cui spiccano atmosfere siciliane ma anche echi del mondo arabo, sonorità che strizzano l’occhio agli Anni Ottanta, e che sono allo stesso tempo fortemente contemporanee, senza tralasciare la dimensione acustica. Suoni che esplodono tra chitarre elettriche ed acustiche ma anche archi, tastiere e synth per piccole perle elettroniche, talvolta quasi un gioco postmoderno squisitamente musicale. È uno degli album più completi di Mario Venuti perché spiazza brano dopo brano, lasciando sempre viva la curiosità.

 

 

 

Ad inaugurare il cammino nel ventre di questo progetto discografico è “Il tramonto”. Una fotografia realistica e dura del momento che stiamo vivendo: “Nelle liste elettorali leggo nomi di maiali, gli svantaggi della libertà”, piena di “ruberie e volgarità” ma “nella luce del tramonto cerco novità”.

 

 

 

Il coro polifonico Doulce Memoire apre “Ite missa est” – la formula latina del congedo della messa – in un crescendo electro-pop. Un piccolo gioiello con l’incastro delle voci di Mario Venuti con Francesco Bianconi e Giusy Ferreri. È una presa di coscienza: “Io esco solo di domenica, osservo bene quest’umanità, mi sembra come una parabola biblica. La fine della nostra civiltà”. Si prendono in giro i catastrofisti che, numerosi, da tempo quasi prevedono l’arrivo dell’Apocalisse. In tono ironico e scherzoso si invoca la calma e a lasciarsi andare di più.

 

 

 

Digressione musicale con “I capolavori di Beethoven”, una ballad intensa con la partecipazione straordinaria di Franco Battiato. Un atto d’amore verso un grande musicista da parte dei due cantautori: “Perché quella sonata in do minore non era l’esplosione dei vent’anni, non era l’espressione del divino, ma il primo dono della sordità. Il privilegio della sordità”. Un brano che racconta di un elemento invalidante si possa trasformare in geniale positività, se consideriamo che le opere più belle e straordinarie del celebre compositore sono state create quando già era sordo. Ogni impedimento deve essere uno stimolo a superare l’handicap, ad andare oltre e cercare altre strade da percorrere.

 

 

 

Segue il piccolo e curioso inframmezzo musicale “Perché” con violini, archi e violoncello. Un collage di sample della discografia di Mario con frammenti musicali orchestrali dal “Concerto all’aperto” di Giorgio Federico Ghedini.

 

 

 

Poi si torna alla realtà con “Ventre della città”. Un’incursione lucida nel cuore martoriato di alcune città d’Italia (“storie di Corviale, di Quarto Oggiaro, di Scampia, di Librino e Zen”) tra cocaina e rapporti interpersonali difficili. Ma non tutto è perduto perché ci sarà sempre quel momento in cui “ci incontreremo le sere d’estate, sul mare d’asfalto di queste borgate. Non sarà male fermarsi a guardare le nostre ferite, le stelle inventate”. Un affresco a tratti pasoliniano sulla forte vitalità delle periferie, lo stato primordiale della società cittadina, dove pulsano cattive coscienze ma anche ricchezze lontane dal pensiero borghese.

 

 

 

Si entra poi nel cuore della Sicilia con “Passau ‘a cannalora”, cantata con  Francesco Bianconi e Kaballà. I tre accolgono l’ascoltatore nella suggestiva processione della santa patrona di Catania, Sant’Agata. Una invocazione accorata al risorgimento della città: “Aituzza, bedda Aituzza. Putissi fari oru di tutta ‘sta munnizza, tunnari a dari ancora a ‘sta città ‘na ‘nticchia di la tò biddizza”. Tutta la forza del dialetto siciliano per cogliere le espressioni popolari più vivide che evidenziano un attaccamento viscerale alla terra, tanto che si invoca alla Santa la pulizia dai rifiuti, triste scenario di molte città del Sud Italia.

 

 

 

“Arabian boys” evoca una scena cinematografica ambientata nel Sud del Mediterraneo tra odori di “petrolio e gelsomino” con un riferimento particolare alla Primavera Araba, la serie di conflitti scoppiati tra il 2010 e il 2011. Ma c’è anche uno slancio positivo e carico di energia alla base di un’aspra lotta in nome della libertà ma anche di una storia d’amore: “Né cariche né bombe né dannati canti di sirene, fermarono l’amore che accendeva la rivoluzione”.

 

 

 

La presenza di Alice impreziosisce “Tutto appare”, contrapposizione tra quello che eravamo e quello che siamo diventati. Se da un lato “niente esiste, tutto appare e nulla è come è”, dall’altra poi sopraggiunge il ricordo: “E noi com’eravamo da ragazzi la domenica? Così ci baciavamo” per chiudere con una massima di ispirazione ungarettiana “Solo quello che non siamo, solo questo so”. Ci ritroviamo in uno strano gioco di ombre cinesi tra cose che ci sono e non ci sono, sull’onda delle leggi del mondo virtuale e non solo. Come lo spread che è impalpabile ma che ha condizionato gli animi di moltissime persone, che per molto tempo si sentivano mancare il fiato, a seconda dell’andamento dell’indice.

 

 

 

“Ciao American Dream” è l’adattamento di “Ashes of American flags” (“Ceneri di bandiere americane”) dei Wilco, un atto d’amore di Mario verso questa vibrante canzone: “Voglio ancora desideri, mi servono sai per non morire più. Ciao American dream, ciao bandiera che si consumerà. Foglie morte così, dentro sacchi di cellophan”. Il fulcro di un’altra periferia, quella americana. L’umanità dolente divisa tra slot machine e l’ossessione del dollaro. Quasi un gioco di rimbalzo con la periferia italiana, quasi a mostrare quanti punti di contatto ci siano.

 

 

 

Si torna in Sicilia con uno dei miti più affascinanti: “Il banco di Dìsisa”. Il brano evoca il tesoro prezioso di monete d’oro e d’argento, nascosto in una grotta del Feudo Disisa, vicino Grisì, frazione di Monreale. Uomini e donne, affascinati dalle ricchezze conservate nella grotta, hanno tentato di portar via il bottino ma per uno strano sortilegio nessuno è riuscito ad uscire fino a quando non hanno riconsegnato fino all’ultima moneta. Una leggenda sull’avidità di denaro degli uomini.

 

 

 

Se questo album inizia con il tramonto non può che chiudersi con “L’alba”. Un vero e proprio inno alla speranza, dopo un viaggio musicale ricco di scenari desolanti, a volte impietosi, su quello che stiamo vivendo, che nasce dalla piena consapevolezza di se stessi: “Io sto camminando verso l’alba che per sua natura nasce ad est e sto recitando un altro mantra. Prendo più coscienza, cerco me”. Il brano vede la partecipazione del giovane cantautore palermitano Nicolò Carnesi, una collaborazione voluta da Venuti, per incoraggiare le nuove generazioni che dovranno prendere in mano il Paese e condurlo al rinascimento culturale e sociale.

 

 

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